Eravamo entrate nella casa nuova da circa un mese. Pieno inverno del 1998: avevo sei anni e quel Natale avevo ricevuto una cucina giocattolo, tutta rosa. Era un blocco intero, non smontabile, con un forno che si illuminava e le padelle tutte colorate. Già allora c’erano solo verdure nella mia cucina, in particolare carote composte di rondelle a blocco che potevano passare tranquillamente per zucca.
Era un giorno di fine gennaio e il corridoio della nuova casa era gelido. La mia cucina era lì, appoggiata a una parete. Quel corridoio aveva un’acustica strana: persino le mie pentole giocattolo facevano più baccano di una batteria, e la mia voce di bambina squillava come la campana della chiesa del paese. Questo, almeno, secondo i vicini, che avevano già notato la nostra presenza. Avevo desiderato molto che mia madre spostasse la mia cucina vicino alla sua, in sala, ma diceva che non c’era spazio. Nel mio correre avanti e indietro tra le due cucine, avevo ricevuto l’ennesimo rimprovero e, offesa, me ne ero andata a rinchiudermi nella mia stanza. Due singhiozzi nel letto e il naso tappato dal raffreddore stagionale mi avevano fatto desistere dal continuare a piangere. La cosa non stava sortendo alcun effetto: mia madre continuava a preparare la cena, con la TV accesa. Quella, evidentemente, non faceva abbastanza rumore per i vicini: Un posto al sole, telenovela italiana che competeva con Beautiful per trama e colpi di scena.
Avevo fame, ma ero anche arrabbiata e non volevo dargliela vinta. Doveva venire lei da me. Rimasi sdraiata sul lettino con la trapunta di Barbie, le braccia conserte e i vestiti ancora sporchi da fuori: ero tutto un programma per farla arrabbiare. I minuti passavano e io fremevo, ma niente. Stavo già pensando a qualche modo per attirare la sua attenzione quando, nel silenzio della stanza, arrivò un rumore.
Zzzzz, zzzzzzz, zzzzz.
Una zanzara? No, le zanzare a gennaio, improbabili. Una moscaaaaaa stava gironzolando intorno. Nella lucina soffusa vicino al lettino da accampamento che avevo ancora dal trasloco, in quell’immensa stanza bianca, la mosca sembrava venire dal buio. La osservai per qualche istante.
BZZZZ, bZZZZ, BzzzzZZZZ.
Sul pantalone, sulla maglia, sulla trapunta.
BZZZzzzZZZ.
«E mo’ tu che vuoi?» dissi sventolando la mano in aria. «Sì, lo so, quella di là non mi chiama finché non è pronta la cena.» Si appoggiò sulla mano e provai ad avvicinarmela al viso per osservarla meglio, ma volò via.
BZZzzz. ZZzzz. Z.
«Dici? Hai ragione, deve essere stanca dal lavoro.»
«Però uffa, io voglio giocare con la cucina nuova…»
ZzzzZZZZ.
La mosca si era allontanata e d’istinto la seguii. Seguila, pensai.
BZZZZzzzzZZZZzzzZZZ.
«Piano piano, rallenta. Non ti vedo. Dove sei finita?» Accesi l’altra lucina per vederla meglio, anche se, a dirla tutta, non era piccina: era un bel moscone.
Bz bZ.
Era appoggiata sulla mia scrivania.
«Vuoi che metta un po’ di musica?» Avevo il mio bellissimo stereo arancione fluo, tondo, con due altoparlanti e il vano per musicassette e CD, ma soprattutto portatile. Tecnologia avanzata, per l’epoca.
BZZZ zzzZ.
«No, ok, rischiamo di far arrabbiare i vicini… Allora, cosa ti va di fare…?» muovevo le gambe da seduta aprendo e chiudendo le ginocchia, la risposta rimase sospesa nell’aria per qualche secondo, poi dal corridoio arrivò la voce di mia madre.
«Chiareeeetta, dai, vieni che è pronto! Lavati le maniiiii!»
Ecco, mi interrompe sempre sul più bello, commentai tra me e me.
«Senti, tu aspettami qui, ok?» La mosca gironzolava lì vicino.
Uscii di corsa, chiudendo la porta alle mie spalle. Andai in bagno e mi lavai le mani talmente in fretta che a tavola mi presentai con le maniche tutte bagnate, guadagnandomi un altro rimprovero.
«Chiaretta, devi tirarti su le maniche quando ti lavi le mani. Non le hai nemmeno lavate bene, hai il sapone tra le dita.»
«Ho fame, mamma, daiii.»
Mi fece rilavare le mani nel lavabo della cucina, con la mia protesta negli occhi. Mangiai in fretta riso bollito e il cavolfiore: quando cucinava così male non protestavo nemmeno più. Quella sera, poi, avevo una novità e volevo scappare dalla sala, nonostante il tepore della stanza e il programma TV che spesso guardavamo insieme. In un momento di distrazione, stavo per sgattaiolare via quando…
«Non vuoi il dolce? C’è l’ultima fetta del panettone di Natale.»
«No, grazie, mamma.»
«Sicura?» disse, stranita.
Io che rifiutavo un dolce: raro come la neve ad agosto. Ma, tant’è, quella sera non ci fece molto caso.
«Sì, sì, vado in cameretta.»
Attraversai il corridoio, buio e gelido, con la disinvoltura più sospetta che una bambina di sei anni potesse recitare: né troppo in fretta da farmi notare, né troppo piano da farmi seguire.
«Non fare casino mentre giochi, mezz’ora e a nanna, eh.» disse mentre sentivo che riponeva i piatti nel lavabo. Tirai il fiato quando vidi che non mi aveva seguita. Aprii la porta: nessun BZ BZ. La mosca non c’era. La chiamai.
«Mosca? Moscaaa? Come ti chiami? Scusa, prima non te l’ho chiesto. Te ne sei andata?»
La mosca non rispose. Il silenzio era denso. Tendevo l’orecchio a ogni rumore e gli occhi a ogni dettaglio. Niente. Era sparita. Un po’ demoralizzata, presi una bambola con le gambe snodabili e un cavallo bianco che doveva essere Pegaso, il cavallo di Hercules, peccato che gli avessi tagliato la criniera azzurra con le forbici e mi misi sul letto a giocare BZZZZ, ZZZzzzZZZzzBBBzzzZZZ.
bZZZzzz. Bzzzzzzz.
BBBBZZZZZZZZZDORMIZZZZZZZZ
ZZZZZZZZILPANETTONEZZZZZZZZZ
ZZZZZZZChiarettaZZZZZZZZZZ
ZZZZZZSVEGLIAZZZZZZZZZZZZZZzzzzz…
BLUB!
«Bleah,………. che schifo!» sputacchiai.
Stavo dormendo da qualche minuto con la luce accesa e mi svegliai di colpo: qualcosa mi era entrato nel naso e poi in bocca.
«Mosca? Ma sei tu?» Mi strofinai gli occhi.
BZZZ. ZZZ.
«Sei tornataaaa! Che schifo, però, non è carino! Tu vai nella cacca e poi mi entri nel naso, bleahhhh!»
BZZZZzzzZZZBBBZZZ.
Volava in giro concitata, andando dalla porta chiusa alla finestra, dalla finestra alla porta. Avanti e indietro, indietro e avanti. La guardavo, puntellata con i gomiti sul letto, e cercavo di capire se mi stesse comunicando qualcosa. Vorrà che le apra la porta?
BZZZZzzzZZZzzzz.
«Ma perché vuole andare di là?» Forse ha fame. Cavolo, io ho cenato, lei no. Sì, ma cosa mangia una mosca? Oddio…
BZZZZZZZZZZ.
La mosca mi girò intorno alla testa e si appoggiò sul letto. La fissai per un istante mentre, con le zampette, si strofinava le manine, come pronta a un misfatto epico.
«Cos’hai in mente? Di mangiarti il mio panettone?!»
Mia mamma era ancora in sala. Sgattaiolai fuori dalla stanza e presi l’ultima fetta di panettone, un po’ secca, che mi aveva lasciato sul tavolo. Aveva spento la luce della sala e guardava la TV al buio. Presi il piatto in punta di piedi e tornai in camera, chiudendo di nuovo la porta alle mie spalle.
Caclaack.
«Shhhhhhht! Fai piano, Chiara», mi sussurrai.
«Maledetto corridoio casinista…»
«Non sono io, vedi? È lui che amplifica tutto: freddo e vuoto, senza mobili», dissi alla mosca facendo spallucce.
BZZZZzzzZZZzz, rispose lei, volando intorno.
«Sì, sì, ho capito, hai fame. Ora arrivo.»
Mi diressi alla piccola scrivania bianca vicino alla finestra. Si erano spenti i riscaldamenti e da lì venivano un sacco di spifferi gelidi.
«Brrrrrrr, hai fatto bene a entrare, ma da dove sei entrata?» chiesi, mentre spezzettavo il panettone come se dovessi darlo a un piccione. Poi mi resi conto che la mosca girava intorno al pezzo più grosso, così gliene staccai uno ancora più grande. Mi mangiai io le briciole.
«Certo che sei schizzinosa per essere una mosca, ora vuoi pure i pezzi di una certa misura.»
Lei gironzolava sopra la mia testa, ma non si avvicinava davvero al pezzo sulla scrivania: faceva grandi cerchi nell’aria, sopra e sotto, rasentando la fetta.
Bzbbzzz bzzz. BZZZZzzzzzz.
«Forse hai paura? Ma guarda che non ti faccio nulla, mica sono Alessandro, che prende le mosche al volo con le dita, o mia nonna, che usa quella paletta rossa killer. Vedi? Non ho nulla in mano.» E le mostrai le mani.
Bzzzzbbzzzz.
Si posò su un libro di fronte a me, a qualche centimetro di distanza, e cominciò a sfregarsi le manine.
«Ok, mi allontano.»
Mi alzai dalla sedia e lei si levò in volo.
BZZZZzzzzZZZzzzz.
Mi misi con le spalle al muro, dall’altra parte della stanza, e la osservai. Era un moscone bello grosso, grande come l’unghia del mio pollice, nera nera, con un riflesso verdastro sulla testa e gli occhietti che sembravano marroni.
Volevo vederla da vicino, ma non riuscivo. Mi ricordai di avere un cannocchiale. Serve a vedere le cose lontane o le cose piccole? mi chiesi. Lo cercai nel mio armadietto dei giochi.
Eccolo!
Lo portai agli occhi puntandolo verso la scrivania, ma vedevo solo bianco e non riuscivo a orientarmi. Indietreggiai fino alla parete, inciampando nei giochi che avevo buttato a terra. Ora la mosca e la scrivania erano lontane. Cercavo la mosca con il cannocchiale, muovendo la testa in giro come in una danza di inseguimento, ma, per quanto fosse un moscone, era velocissima e non riuscivo a trovarla…
Si appoggiò sul panettone ed ebbi un sussulto: eccola, finalmente la inquadrai. Giravo la rotella del cannocchiale, ma non metteva molto a fuoco.
Bzzz ZZZzzz.
«Sapevo che avevi fameeee, lo sapevo», sorrisi.
Vedevo la boccuccia lunga appoggiarsi al panettone. Ce ne vorrà di tempo prima che lo finisca tutto con quella boccuccia, pensai.
Cacclack.
Mia madre aprì la porta e mi vide con il cannocchiale in mano, a fissare la scrivania, nella stanza piena di giocattoli sparsi per terra. Guardò me, poi la scrivania, poi di nuovo me.
«Chiara… ma sono le undici, dobbiamo andare a dormire, è tardissimo… Coraggio, metti via i giochi… anzi no, no, lascia stare. Vai a lavarti i denti, forza, in fretta… Ma poi cosa diamine stavi facendo con il cannocchiale in casa? Cosa vedi, gli acari sul muro bianco?» Io rimasi in silenzio, con un sorriso nervoso stampato in faccia, il cannocchiale tra le mani, e mi voltai a guardare se la mosca mangiava ancora il panettone o era volata via.
Non c’era. Mia madre vide il panettone sulla scrivania.
«Ma che casino hai fatto? Ci sono briciole ovunque.»
«No, non toccare, mamma, lascia lì il panettone.»
«Ma che dici? Che poi arrivano le mosche. Fammelo buttare via subito, è davvero secco, non mi ero resa conto.»
«No, no, no, no, dai, per favore, per favore. Sistemo subito i giochi, mi lavo i denti, ma lascia lì il panettone. Cinque minuti, cinque minuti.»
«Ma cosa stai dicendo, Chiaretta? Sei stanchissima, guarda che occhietti tutti arrossati che hai. Questi smeraldini devono riposare… Ma stai forse aspettando la fatina dei denti? È per lei? Per il dentino che hai perso qui davanti?» mi prese il volto tra le mani calde, accarezzandomi la fronte.
«Ehmm… sì, è per lei. Esatto», dissi senza troppa convinzione, ma la stanchezza mascherò la mia bugia. Cercavo la mosca con lo sguardo in giro, ma non la vedevo né la sentivo: volatilizzata.
I giochi non vennero sistemati, ma corsi a lavarmi i denti e la mamma mi mise il pigiama. Aveva l’abitudine di scaldarlo sopra i termosifoni in inverno, ma alle undici ormai erano freddi.
Una volta a letto, mi accarezzò la testa di nuovo e mi arrivò quel suo profumo di mandorla amara, amido di riso e lacca per capelli. Mi ricordò che il giorno dopo si andava a scuola e che dovevo alzarmi presto: non potevo certo aspettare sveglia la fatina dei denti. Mi addormentai chiedendomi se le fatine dei denti non fossero le mosche.
La mattina dopo mi svegliai con mia mamma che già correva da tutte le parti. Non so cosa succedesse durante la notte, ma la mattina eravamo sempre in ritardo.
«Alzati, alzati, muoviti! Vai, vai, vai! Colazione, colazione, colazione! Lavati, lavati, lavati! Ora vestiti, vestiti, vestiti! Dai, in fretta! Chiareettaaaaaa!»
Per protesta silenziosa, rallentavo tutto, ogni movimento. Lei scuoteva la testa e mi spostava con forza, come uno zaino troppo pesante.
«Dai, coraggio, non fare la bisbetica di prima mattina. La scuola è vicina, ma riusciamo sempre ad arrivare in ritardo.»
Con il broncio e i capelli arruffati ripresi più velocemente il corso della mattinata, quando, dalla finestra, arrivò:
BZZZZZZZZZZZZZZZZZzZZZZZZZzzzzzzzZZZZZZZZZZ…ZZZZZZZZZZ
Sembrava di avere un frullatore acceso in camera. Presi il cannocchiale che avevo abbandonato sulla scrivania la sera prima e la cercai, muovendo la testa su e giù, a destra e a sinistra. Era la mosca, cioè il MOSCONE: dentro la stanza, come la sera prima, ma diventato enorme, grande quanto la mia mano di bambina. Mia madre stava attraversando il corridoio in cerca della borsa e, passando davanti alla porta, la vide anche lei.
«Mamma, la vedi anche tu, vero?»
«Sì, è una mosca. Cazzo, quanto è grossa! Ma cos’ha mangiato? I vicini?»
«Il panettone», risposi perplessa. «Ha mangiato il panettone di Natale…»
Mia madre mi guardò negli occhi, come se la mia risposta fosse folle e sensata nello stesso istante. Fissò il vuoto per qualche momento, mentre quella grossa fatina dei denti attraversava la stanza avanti e indietro, avanti e indietro, facendo dei giganteschi otto sopra le nostre teste.
«Senti, non ho tempo per queste cose ora. Dobbiamo andare, poi ci occupiamo della fatina dei denti.»
«Ok, allora andiamo.»
Mi vestii mentre la tenevo d’occhio, misi le scarpe e scivolai fuori dalla porta della mia camera. Mia madre venne dietro di me e chiuse la porta come a tenere qualcosa dentro, più che a tenere il mondo fuori.
Mi prese per la manina e mi trascinò verso la porta d’ingresso. Presi in pieno la cucinetta rosa, ma non ci feci caso, nonostante cadessero diverse padelle.
«Andiamo», disse, decisa, imboccando le scale a scendere e controllando di avere le chiavi dell’auto e il portafoglio.
«Ci pensiamo dopo, ok? Ora vai a scuola, la mamma va al lavoro.»
«Ma mamma, potevamo aprire la finestra, no?»
«E far scappare la fatina dei denti?»
«Probabilmente siamo le uniche ad averla catturata», dissi.
Sorrisi. Ci guardammo negli occhi per un lungo istante, sorridendo.
«Abbiamo una fatina dei denti in casa.»
«Hai ragione, mamy.»
Poi si fermò.
«Ok, ascolta. Non dirlo a nessuno, è molto importante, va bene?»
«Va bene, mamma.»
Per tutto il giorno non pensai ad altro, e sapevo che anche la mamma ci stava pensando. La fatina dei denti e il moscone erano la stessa cosa? La mamma la vedeva come me? Ero euforica: una volta tornata a casa avremmo risolto il mistero.
La mamma venne a prendermi a scuola alle 16.30, come al solito, e appena la vidi corsi fuori più veloce che potevo, quasi cadendo sulla rampa che divideva l’ingresso dal cortile esterno.
Lei chiacchierava con le altre mamme. Non sembrava nemmeno ricordarsi del nostro piccolo segreto, ma forse dissimulava bene.
Le presi la mano e le tirai il braccio in direzione della macchina.
«Andiamo, andiamo, dai, andiamo! Coraggio, mamma, andiamo! C’è la fatina dei denti a casa!»
Mia madre si girò finalmente a guardarmi e ripeté tra sé e sé:
«La fatina dei denti? Ah, sì, hai ragione. Andiamo, andiamo.»
Aperta la porta di casa, mi fiondai verso la mia cameretta, attraversando il corridoio e facendo un baccano spropositato. Ogni passo sembrava un macigno lanciato dal terzo piano, dove abitavamo.
«Hai i piedi di un elefante, Chiara? Fai piano.»
«Coraggio, mamma, magari è scappata, magari è sparita. Chissà dov’è la fatina.»
Aprii la porta: nessun rumore. Silenzio completo e un certo freddo nella stanza.
La finestra era lievemente aperta. Mia mamma non mi aveva seguita in camera, come mi aspettavo. Era andata a mettersi dei vestiti più comodi e mi stava chiamando per la merenda.
«Chiarettaaaaa… dai, che c’è la tua brioche preferita.»
Guardai la stanza per un lungo istante. Sembrava che da un momento all’altro dovesse partire il ronzio, ormai inconfondibile, della mosca, ma niente. Solo il freddo che entrava dalla finestra.
Andai in cucina con una faccia evidentemente sconsolata. La mamma mi guardò.
«Che succede?»
Mi sedetti davanti alla tazza fumante di tè al limone, accanto al mio pacchetto di brioche preferite. Evitavo lo sguardo di mia mamma, ma lei rimase lì ad aspettare una risposta.
Mangiai in silenzio, ma pensavo alla finestra aperta e mi veniva un nodo allo stomaco.
«Non scoppi i pacchetti di merendine, Chiaretta?»
«No, fanno casino, ma…»
Mia mamma prese una brioche ancora impacchettata e si alzò, andando in corridoio. Io rimasi seduta.
Dopo qualche istante, dal corridoio:
BZZZZZzzzzzzZZZZZZzzzz.
Mi voltai di soprassalto verso la porta e corsi in corridoio.
Urlando: «Mamma, mamma! C’è la fatina dei dentiii! vieni che..»
BOM!
Un’esplosione rimbombò nel corridoio. Lei era lì, davanti alla mia cucinetta giocattolo, con il pacchetto della brioche esploso in mano.
Mi prese in braccio e, sollevandomi, cominciò a fare:
BZZZZZzzzzZZZZzzzz.
«Un moscone in arrivooo! BZZZZzzzzzz.»
Aprii le braccia e scoppiai in una risata che il corridoio amplificò ancora di più. Atterrammo sul lettone nella sua camera e mi fece il solletico.
«BZZZZzzzzzz! Che brutto moscone gigante che abbiamo quiii!»
«Dove scappi? Guarda che ti prendo!»
Due tonfi dalla parete ci avvisarono che i vicini non erano contenti.
Mi divincolai, le sfilai di mano la brioche sopravvissuta all’esplosione e iniziai a correre per il corridoio. Lei mi inseguì.
«Dalla alla fatina dei denti! La brioche la vuole tutta per leiii!»
BAZZZZzzzzZZZZzzz.

