Il Pane del Bianco

Céline aveva letto da qualche parte, forse su un forum di expat, forse su Reddit, forse se l'era sognata, che vicino al mercato di Kimironko, a Kigali, c'era un uomo che li vendeva. Non in bella vista, ovviamente. Ma se chiedevi il pane del bianco, si capiva. 
Erano tre mesi che viveva in Ruanda grazie al suo lavoro come cooperante per un'ONG. Non poteva dire di essere una vera cittadina di Kigali ma parlava perfettamente kinyarwanda, francese, inglese e swahili.
Il pane del bianco. Così l'aveva tradotto insieme a Vincent, un collega del posto con cui lavorava a un progetto di educazione sessuale, quello doveva dire al mercato.

Céline oscillava tra l'ansia e l'eccitazione all'idea di trovare qualcosa che potesse finalmente consolare la figlia, che da tre mesi non faceva altro che lamentarsi. Non avrebbe festeggiato il suo compleanno con i suoi amici a Lione, ma lì, a Kigali, dove non conosceva ancora nessuno.
Arrivata al mercato, adocchiò un signore dall'aspetto affidabile seduto all'ingresso di un gabbiotto.
Gli si avvicinò. L'uomo, vedendola da sola, a quell'ora della sera e vestita di bianco, la ignorò.
Céline si avvicinò ulteriormente, cercando di attirare la sua attenzione, ma lui sembrava non vederla nemmeno, tanto che finì per nascondersi dentro il gabbiotto alle sue spalle.

Un ragazzo che doveva avere circa sedici anni le si avvicinò e, in francese, le disse:
— Che diamine ci fai, tu, qui?
Chiunque si trovasse nei dintorni si dileguò. Nessuno voleva avere a che fare con lei e il ragazzo venne chiamato da una voce proveniente dall'interno del gabbiotto.
— Ciao, sono qui perché sto cercando… il pane del bianco — disse Céline in francese, per poi ripeterlo in kinyarwanda. — Ndashaka umugati w'umuzungu.
Dalla reazione del ragazzo, capì di aver pronunciato male le parole. O forse la frase era sbagliata. Il ragazzo entrò. Da fuori li sentì discutere e imprecare. Stava quasi per appoggiare l'orecchio alla porta quando la lamiera si spalancò di nuovo.
— Siete proprio imbranati voi.. —disse il signore anziano
Céline indietreggiò.

— Scusami. Senti, so che sembra ridicolo, ma mi servono. È per mia figlia. Sono tre mesi che li cerco e sono disperata. Sembra più facile trovare della droga.
Alla parola droga, diverse teste si voltarono.
— Shhhht! — disse il ragazzo apparendo alle spalle dell'anziano.
— Mi sembra che tu sia qui per farti ammazzare. Smettila di parlare ad alta voce. Per giunta in kinyarwanda. Non ne sei nemmeno capace. Te ne devi andare.

Céline non voleva cedere, ma capiva che la tensione stava aumentando.
Glielo confermò il fatto che un anziano si stava avvicinando con un machete in mano.
— Quanti? — le disse infine
— Non lo so. Dieci? Quindici?
Prosper posò il machete con cui stava aprendo un ananas.
— Questo è un ordine grosso. È per una sola persona o è per molte?
— Per una sola persona... cioè per me.

E fu così che Céline si ritrovò a seguire Prosper oltre la fila dei banchi di stoffa e l'odore di pesce secco, in uno stretto corridoio tra due muri di lamiera.
Prosper disse qualcosa in kinyarwanda a un uomo anziano. L'uomo rispose con una sola parola.
Prosper si voltò verso Céline.
— Per quindici devi dire chi sei e perché li vuoi.
— Sono una cooperante.
I tre uomini si guardarono tra loro.
— Dacci un momento.
Il più anziano appoggiò una mano sulla spalla del ragazzo e gli disse di andare sul retro.
Céline si spazientì.
— Allora, li avete o no? So che la plastica è illegale in Ruanda, ma mi servono davvero. Mia figlia compie gli anni.
— Come vuole lei, signora. Ora vediamo cosa possiamo fare.
Aveva il sorriso nella voce.
Il ragazzo riapparve con una scatoletta marrone della dimensione di un pacchetto di fazzoletti.
— Allora, per cosa ci stiamo accordando?

Céline prese dalla borsa un oggetto metallico compatto. Lo portava sempre con sé.
Il ragazzo lo prese in mano e gli si illuminarono gli occhi.
— È un coltellino svizzero.
L'anziano glielo strappò dalle mani.
— A cosa serve?
Il ragazzo iniziò a mostrargli gli utensili. La pinzetta. L'uncino. Il punteruolo.
Per ognuno trovò immediatamente un uso.
Non stava elogiando l'oggetto. Stava facendo un inventario di possibilità che Céline non teneva in considerazione.
Alla fine rimase solo la lama grande. L'anziano la osservò.

— L'unica veramente utile è questa.
— Scherzi? — disse il ragazzo. — È introvabile, qui. Abbiamo machete e lame vere, ma questo è ingegneria.
Ripresero a discutere in kinyarwanda. A quel punto Céline capì di doverlo togliere dal curriculum, Non ci aveva capito una sola parola.
— Va bene, puoi andare allora. Facci sapere come va la serata — disse infine l'anziano, scuotendo la testa con un espressione indecifrabile.

Céline tornò a casa.
Arrivata, si chiuse in bagno.
Aprì la scatola con estrema delicatezza.
Dentro c'erano una serie di bustine di plastica gialle e rosse, quadrate.
Rimase perplessa per un lungo istante, Poi lesse.

BANANA E FRAGOLA.
BANANA E FRAGOLA?

Ne aprì uno. Era lievemente unticcio ed elastico.

Nel gesto meccanico di sperare di essersi sbagliata, se lo portò alla bocca e ci soffiò dentro.

Si gonfiò.

Céline lo fissò un volta gonfiato, lievemente oblungo, gusto fragola e banana, Misura Extra small…

Il pane del bianco… le pain de l'homme blanc.

Scoppiò a ridere talmente forte che la figlia la sentì dalla sala.
Valéry pensò semplicemente che sua madre fosse impazzita.